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Training autogeno e yoga

Riproponiamo un importante articolo, già pubblicato su questo sito.

L'idea che il training autogeno sia una specie di yoga occidentale è senz'altro presente nell'opera dello Shultz (l'ideatore del training autogeno). Infatti in entrambe le metodologie è data la massima importanza agli atteggiamenti

I. sia fisici: le posture, le posizioni che si devono assumere quando si fanno gli esercizi

II. sia psicologici: concentrazione interiore su una sola cosa.

E' yoga, senza i presupposti culturali, teoretici e religiosi propri dello yoga.

E' innegabile però che entrambe le metodologie sono "veri esercizi di meditazione, da intendersi quale concentrazione su di sé".

III. Quello che richiama specificatamente lo yoga è la passività. Bisogna cercare di assumere negli esercizi un atteggiamento concentrativi senza sforzo con un distacco dall'esito, limitandosi unicamente a immaginare ciò che l'esercizio ci propone: "il mio braccio è rilassato, è pesante".

E' indispensabile un atteggiamento disimpegnato, che non vuole arrivare a tutti i costi, ma un lasciar accadere, senza preoccuparsi dell'esito, che viene da sé. Nella concentrazione passiva, che è quanto di cui si tratta, l'individuo si fa "docile spettatore di quanto accade nel suo intimo", senza interferire.

Quindi non si tratta di fare qualche cosa, ma di lasciar accadere e sentire e capire quello che avviene dentro si sé quando raggiungiamo uno stato di calma. Idee, immagini, sensazioni che possono insorgere, non bisogna cercare di sopprimerle.
Bisogna invece non dare importanza, lasciare che vadano come sono venute, concentrandosi invece sulle formule.


P. Francesco Piras s.j.



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